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Un caffè macchiato, e il nervosismo dovuto alla recente lite familiare ebbero un improvviso e inopportuno effetto lassativo. Sentivo il lampredotto smuovere il mio stomaco. Intestino animale e umano, si mischiarono pericolosamente nel mio ventre.
Aumentai la velocità del passo. Mi trovavo a quindici minuti dal cesso di casa. Troppo lontano, meglio fermarsi. Camminavo che avrei potuto tenere un foglio di cartavelina tra le chiappe. Mi fermai, implorando contegno e supporto da tutti i muscoli.
L'ufficio, ecco un buon posto. La faccio qui. Tra lo sterco dei colleghi e la cacca dei superiori.
Superai la fila di macchine che da Porta Venezia portavano altri schiavi in giro per la città. Contrazioni addominali. Un bar, ecco quel che ci vuole. Quelli con il bancone di marmo i camerieri in papillon e giacchetta e il caffè da quattro euro al tavolino. Ordino un ristretto.
- Scusi c’è un bagno?-
- Sì ma é fuori servizio -
Feci di corsa tutto il restante tragitto e giunsi trafelato al cesso dello Studio. Piano terra. Occupato.
I gradini 4 a 4 per non perdere anche il cesso al secondo piano, troppo imbarazzante defecare al primo con il capo che smadonna tra una riunione e l’altra.
Mi liberai senza ritegno.
Mi tirai su i pantaloni, di nuovo larghi.
Osservai, con l’orgoglio compiaciuto dell’artista davanti alla sua opera, ciò che con tanta naturalezza avevo prodotto. Pigiai il tasto dello sciacquone. A vuoto. Ripigiai energicamente. Niente. Non funzionava. Lo stronzo nuotava felice e non ne voleva sapere di inabissarsi. Per di più avevo smerdato anche le pareti.
Aria irrespirabile. Zona da evacuare. Immediatamente. Nessuno avrebbe mai conosciuto il volto del grande inquinatore.
Il cagatore rimarrà innominato.
Ma Qualcuno bussò alla porta. Una volta. Un’altra.
Non rispondo. Ora penserà che è guasto. Andrà nel bagno del primo piano. O del piano terra che cazzo.
Passarono tre minuti.
L’intruso,tentò di aprire, forzando la maniglia.
Cristo. Vattene via. Altri due minuti di silenzio e non sarò io il responsabile di questo schifo imbarazzante.
Passò un minuto.
Ma la sfiga ha dieci decimi di vista.
Il mio telefono squillò come un allarme impazzito.
Merda… Era quasi fatta.
- C’è qualcuno? Ti senti male?-
Merda, appunto. Ormai è fatta.
Cercai il cellulare tra le tasche dei pantaloni, tra quelle laterali della giacca, lo estrassi tra le chiavi e i fazzoletti, e prima di affossare con foga il tasto di spegnimento, riuscii a leggere il display luminoso:  "Sig.ra Anna", la mia segretaria
Cazzo, mi hanno beccato.
Fine?

Pubblicato il 12/4/2007 alle 18.33 nella rubrica Delirium tremens.

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