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Non esiste una divisione tra ciò che fai e ciò che sei, il lavoro e soltanto il mezzo espressivo attraverso cui parlare con il mondo

Some in clandestine companies combine; erect new stocks to trade beyond the line; with air and empty names beguile the town, and raise new credits first, then cry 'em down; divide the empty nothing into shares, and set the crowd together by the ears (Daniel De foe)

Istinto è de l'umane genti

Che ciò che più si vieta

Uom più desia

Torquato Tasso (Gerusalemme liberata)

 Curia pauperibus clausa est


 

Diario | Pazzia collettiva | Delirium tremens |
 
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11 aprile 2008

Il Muro

The Wall


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permalink | inviato da Akeronte il 11/4/2008 alle 10:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

13 marzo 2008

Crediti Formativi

 

Ieri pomeriggio sono stato all'evento formativo in tema di "Studi Legali Associati" organizzato dall'ASLA, l'associazione studi legali associati. No, non é un cartello.
 
Lo hanno chiarito subito tutti e ciascuno dei relatori.
 
Lo garantisce anche l'otttimo avvocato Orrigoni il quale, categorico, asserisce: "All'inizio eravamo diffidenti, pensavamo si trattasse di un cartello e, in tal caso, non avremmo mai partecipato". E no, penso io, mica siamo dei lobbisti, quella dell'avvocatura é una categoria aperta, per nulla arroccata su posizioni insostenibilmente fuori dal tempo e dallo spazio, del tutto aperta alle istanze di cambiamento che arrivano dalla base e, soprattutto (sic!), distaccata dalle logiche del profitto a tutti i costi. "Poi"  continua l'illustre giurista "quando abbiamo capito che si trattava di una cosa seria" ma qui qualche dubbio cominciava a sorgermi  "abbiamo deciso di aderirvi". Beh, meno male, tutto é bene quel che finisce bene, mi son detto a questo punto. 
 
Ma quella piccola parte di me che ancora si pone delle domande ha cominciato a rompere i coglioni: ma da cosa l'avrà capito che era una cosa seria? Sicuramente nulla che abbia a che vedere con la tanto vituperata e mai abbastanza deprecata attività di business development....No, sono certo che lo hanno fatto per ragioni umanitarie, per amor di patria forse ma, soprattutto, mai e poi mai per ragioni di marketing.
 
E infatti, dopo uno snervante snocciolare di norme e normicine - tra cui spiccavano a più riprese quelle contenute nel "De inutilitatis" (ma sì, non fate finta di non ricordare, é quel bizzarro putpurri che contiene con magnifica non-chalance le disposizioni sull'uso del telefono e della posta tra colleghi, ma anche (veltronianamente) quelle sulla retribuzione del lavoro svolto dai praticanti, quel corpo normativo di primaria importanza che vi siete studiati negli interminabili minuti passati sul cesso la mattina dell'esame di stato) ecco che finalmente si giunge, dopo oramai un'ora e passa di sbadigli, e l'inarrestabile fuga di tutti quelli che con invidiabile celerità si sono procurati un comudus discessus nelle retrovie, al cuore del seminario e cioè l'organizzazione, che é vita, all'interno degli Studi Legali Associati.
 
A questo punto i relatori sono partiti a raffica con le stronzate, in un crescendo felliniano di suggestioni incalzanti, quasi che facessero a gara per spararle uno più grosse dell'altro, fino a giungere al parossismo catartico: il momento centrale della vita associata (che l'avvocato Daviddi, managing partner di Norton Rose, con ineffabile tragicità, tratteggia con gli stessi, inconfondibili caratteri, della vita in cattività) é la formazione e la crescita continua dei giovani.
 
Io invece comincio a sentire i primi sintomi di cedimento nervoso (secchezza delle fauci, sudorazione copiosa, spasmi intestinali, tachicardia isterica, riflusso sanguineo), forse dovuti alla stanchezza (era dai tempi dell'università che non mi grattavo le palle per 4 ore di fila), più probabilmente sovraespozione alle radiazioni che promanano da questi alieni.
 
Sì perché alle fine ne sono quasi convinto.
 
Questi quattro non sono ciò che sembrano. Con tutta probabilità (anche se i penalisti ci insegnano che per la certezza giuridica basta trovarsi, come io mi son trovato ahimé in quella sala, al di là di ogni ragionevole dubbio) questi personaggi improbabili che si sono presentati a noi in veste di amici e colleghi vengono da un altro pianeta, (no, purtroppp non credo si tratti di Ork, ma facciamo finta che sia così) sono dei parassiti di un'altra galassia che si sono impossessati dei corpi di questi inconsapevoli avvocati d'affari al malcelato - ora che li ho scoperti- scopo di conquistare il nostro pianeta ed usare i nostri cervelli inutili e stanchi per alimentare, forse per mancanza di letame, il riscaldamento delle loro lussuose dimore stellari.
 
Istintivamente comincio a guardarmi intorno cercando un'uscita di sicurezza: medito di simulare un malore, qualcosa che mi consenta di ottenere l'agoniato certificato (utile per la calssificazione alle olimpiadi della stronzata nella categoria "i più meritevoli") e di giustificare ai colleghi che son rimasti bloccati in Studio la scelta di ritornare nella gabbia prima del tempo, senza destare sospetti negli alieni invasori.
 
Smanetto freneticamente col blackberry, sgrilletto selvaggiamente la rotellina, manco fosse l'ultimo clitoride rimasto sul pianeta, per verificare se sono il solo ad essersi reso conto del pericolo.
 
Per fortuna proprio in quel mentre, quello che un tempo era un noto avvocato dello Studio Bonelli Erede Pappalardo (ma chi é sto Pappalardo, esiste davvero o era solo questione di assonanza? credo che ormai il dubbio non me lo toglierò più), e che ora é evidentemente posseduto dall'alieno più bastardo tra quelli giunti sulla terra (perché ha indubitabilmente deciso che ci ucciderà per asfissia, sommergendoci di stronzate), comincia a spiegarci quanto é importante per lo Studio legale la crescita dei giovani, sia dal punto di vista professionale che da quello umano...Qualcuno ha capito e comincia a guardarsi intorno impietrito, i più sono ormai semi soffocati e non sembrano in grado di reagire in alcun modo.
 
Per un attimo ci casco, rifletto sull'esistenza (di merda) che conduco e penso che non é poi tanto male se paragonata a quella di uno scarafaggio, penso al futuro e fra le nebbie di Avalon mi par d'intravedere un barlume di speranza...forse riuscirò a finir di pagar il mutuo prima di riposare per sempre il sonno dei giusti.
 
Poi mi vibra qualcosa nel taschio e siccome ho lasciato il fallo di gomma in ufficio (sorrido compiaciuto della mia summa magnanimitate quando penso a come si staranno consolando in questo momento i poveri colleghi che non han potuto partecipare a questo spettacolo pirotecnico) capisco che si tratta di una telefonata in arrivo. Qualcuno che ha sbagliato numero ma il risultato per me é lo stesso: con ampie bracciate sfodero il marchingegno dalla tasca della giacca e lo porto all'orecchio mentre e strabuzzo gli occhi e con la mano libera mi copro la bocca come ho visto fare un milione di volte in riunione.
 
Ma mentre esco sento la voce di uno degli alieni alle mie spalle mi fa capire che non ce l'ho fatta "Vi ricordo" - in realtà sono astuti questi alieni, lo hanno fatto praticamente ogni 15 minuti -  "che il certificato di presenza verrà rilasciato solo alla fine delle quattro ore di seminario"...un tuffo al cuore....sento che le gambe non mi reggono più....ma non posso perdere i crediti formativi, anche a rischio di finire gassato dagli alieni....e così a passo di bradipo, mi trascino goffamente verso il mio posto, tra le risatine ignobili di quelli che, con l'ignavia che si addice al piglio del profesionista serio, pur essendosi resi conto del pericolo che corriamo tutti, non hanno neppure accennato a tentare la ritirata dal fronte.
 
Così mi risiedo, e faccio in tempo a sentire che negli studi associati ai praticanti avvocati é garantita la possibilità di seguire il contezioso nel periodo di pratica (sul pianeta terra invece i praticanti fungono da appendice della segretaria, che a sua volta é considerata alla stregua di un'appendice della macchina fotocopiatrice), di scrivere atti (io passavo invece il mio tempo a completare cartelline verdi quanto la mia bile) e di partecipare alle udienze (non sapevo che in cancelleria si tenessero delle udienze...sulla terra non é così) e, una volta superato l'esame (fantastico) di partecipare pian pianino ai profitti dello Studio crescendo insieme ad esso.
 
Mi faccio due conti: sono quasi certo che il mio capo guadagna almeno dieci volte (dieci cazzo di volte) più di me e che quei soldi non sa nemmeno come spenderli (prova ne é il fatto che si veste sempre uguale)...io invece se vado in banca a chiedere un prestito l'impiegato mi dice che se proprio sto a zero 5 euri per il pranzo me li allunga lui ma che di ricevere prestiti dalla banca non se na parla, almeno in questa vita; l'ultima volta che ho avuto la febbre sono dovuto rientrare di fretta e furia in ufficio perchè pur essendo tutti assolutamente sostituibili non c'era nessuno in grado di mandare una cazzo di e-mail al posto mio; in settimana scopo pochissimo: é lo stress dicono tutti, ma nel week end le cose non migliorano certo, e una volta al mese alle donne viene pure il marchese, insomma una gimcana infernale per riuscire a riprodursi prima di estinguersi...penso a queste e a molte altre cose.
 
Intanto il seminario volge al termine. Mi alzo, ripongo il giornale, il libro, l'opuscolo e i tre scontrini che mi son letto per far passare gli interminabili momenti di sconforto, e mi avvicino a passi lunghi verso il tavolo dei relatori. Sfodero un sorriso che nemmeno Silvio Berlusconi quando vinse nel '94 e allungo il braccio porgendo la mano sudatissima per l'emozione:
 
"Mi avete convinto, vengo con voi su Ork o dove diavolo volete, mi dite per favore dove bisogna firmare per essere subito trasformati in combustibile naturale senza dover attendere la conquista del pianeta? Volendo posso portare degli amici? Sapete, qui abbiamo un'idea di felicità che non mi convince più tanto, anzi non mi convince più e basta. Magari se smettessi di essere un uomo che fa una vita di merda e mi trasformassi direttamente in una merda che fa una vita da combustibile mi sentirei più realizzato."




permalink | inviato da Akeronte il 13/3/2008 alle 16:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

21 febbraio 2008

Aperitivo - Oggi - Per favore leggere

Comunicazione di servizio:
"Oggi e domani sarà in studio Simon Marshall, responsabile per il marketing in Europa. E' una buona occasione per conoscerlo dato che sarà lui il punto di riferimento per le iniziative di marketing degli uffici europei, per questo è stato organizzato un aperitivo per stasera alle ore 19 a cui vi chiediamo di partecipare facendo tutte le domande che riterrete opportune. "

Meno male, credevo che non sarebbe più arrivato questo momento.

Devo ammettere che mi tremano le ginocchia, tra poco introntrerò Simon Marshall. Sticazzi, dev'essere uno che ci capisce.

E' ormai quasi un anno che lavoro per questa grande law firm americana e cominciavo a chiedermi quando e se mai saremmo riusciti a incontrarlo: lui, Simon Marshall, il demiurgo, il guru della promozione strategica, l'uomo simbolo del marketing a livello Europeo, un uomo che ha trasformato la sua vita e quella degli altri in un sogno.

L'attesa é tremenda, quasi spasmodica: sento i colleghi in fibrillazione che con la fronte perlata dal sudore come attori navigati provano e riprovano davanti allo specchio del bagnole le domande che tra pochi minuti potranno rivolgere a Simon Marshall.

Persino le assistenti sembra che si stiano attrezzando per l'evento già da stamattina, provando e riprovando i loro sorrisi più ammalianti e le loro accattivanti proposte di collazione documentale. Sono certo di essermi lavato i denti almeno 4 volte, ho abbondato con lo sbiancante e passato il filo inderdentale anche dietro le orecchie, per essere sicuro che nemmeno lì non vi siano rimasugli di cibo.

Voglio essere più smagliante di Silvio e più stuzzicante di Moana, voglio piacergli e guadagnarmi un posto nell'olimpo dei marchettari.

Per l'occasione ho tirato fuori i gemelli della prima comunione, la testa di donald duck per la manica destra e quella di mickey mouse per la sinistra.

Sono certo che Simon apprezzerà.

Le scarpe sono quelle delle grandi occasioni. Pelle di bisonte, resistenti alle imteperie e al grasso di foca. Non si piegano nemmeno se le stritoli con la pressa.

Simon é un grande, e io voglio piacergli.

Sono certo che sarà rapito dalle domande che ho preparato, sono certo che non potrà resistermi.

Ora devo andare, non vorrei arrivare in ritardo all'evento che potrà cambiare le sorti della mia vita.

Sei il mio uomo Simon Marshall.




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18 febbraio 2008

Remi in banca

Tra una settimana esatta comincerò a lavorare per una grande banca internazionale, posizione di prestigio, ottima visibilità, grandi prospettive di crescita. Le solite balle. Intanto io, in vista del prossimo secondment (così si chiama il distacco di personale nei grandi studi legali internazionali), mi son portato avanti scaricando pratiche semi morte e rimbalzando quelle nuove che qualcuno cercava di appiopparmi.

Il mio collega, che da due ani e mezzo condivide con me oltre alla stanza le coliche renali e gli improperi dei superiori, non fa altro che sbanfare come un cavallo drogato. Sono due mesi esatti che non lavora e per divertirmi oggi ho pensato bene di fargli notare che, andando avanti di questo passo, qualcuno glielo farà notare e allora saranno cazzi acidi per le sue agognate prospettive di carriera.

Non l'avessi mai fatto, ha iniziato ad espormi dettagliatamente tutti i dubbi e le perplessità che lo avviliscono senza tregua ogni giorno di più (week end compresi). L'errore é stato quello di lanciargli la palla di merda proprio mentre a me scappava di farne un quintale, cosìcche quando lui era solo alle premesse del suo rammarico, io ero già semi paralizzato dagli spasmi intestinali e mi chiedevo quanto sarebbe durata l'agonia. Il pregiato collega però non accennava ad interrompere il suo monologo nemmeno di fronte ai miei sudori freddi, e non ha fatto una piega nemmeno quando mi sono alzato e ho impugnato con decisione la maniglia della porta.

Alla fine ho deciso di giocare la carta della rassicurazione ed arrogarmi così il diritto di troncare la scomoda conversazione: "non ti preoccupare, uno come te non lo possono far fuori, sei uno dei più competenti nel mercato delle polizze assicurative, vai tranquillo". E mentre lui si accingeva a confermarmi le ragioni per cui si, probabilmente avevo ragione, io mi allontanavo sorridente (e sollevato) dalla stanza per recarmi indisturbato al cesso.

29 maggio 2007


Ma qual fortuna é l’illusione, se il sentimento è vivo lo sono anche le allucinazioni e però quello s’insinua nei tessuti fino a trafiggere la carne, lasciarla esposta alle infezioni.

Pronta a incancrenire sol che si posi una mosca.




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15 febbraio 2007


...che tristezza quando la figa è asciutta come uno straccio al sole di giugno ed emana odore di lattice...




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21 settembre 2006


Egregio Dottore,

 

Le scrivo per sottoporLe una questione che mi sta particolarmente a cuore.

 

Posseggo un patrimonio di alcune centinaia di miliardi (o forse di più, non ricordo bene) e, fino ad oggi, l’ho speso in attività dissolute. Da qualche tempo, tuttavia, mi tormenta un dubbio: tra 30 o 40 anni riuscirò ancora a mantenere la mia corte di meretrici slave, le mie scuderie, i miei vari yacht a vela e a motore, le mie dozzine di ville in Europa e nel resto del mondo? Ebbene, temo che, proseguendo con l’attuale dissipatezza, potrei addirittura trovarmi costretto a rinunciare alle scuderie. E’ vero che si tratta di un’ipotesi remota, ma il solo dubbio mi procura una comprensibile ansia.

 

Ora, amici fidati mi raccontano che Lei sa far crescere il denaro come il buon agricoltore il grano: getta pochi semi e raccoglie spighe grasse e dorate. Se questo è vero - e mi auguro che Lei non vorrà deludermi - La pregherei di contattarmi per pianificare enormi investimenti.

 

Se non riuscisse a trovarmi nei night, case da gioco e case di piacere che generalmente frequento, può provare a cercarmi a casa (dove non sono quasi mai) oppure in ufficio (dove passo alcuni minuti al giorno).

 

In attesa di sentirLa, mi è gradita l’occasione per porgerLe i miei aurei saluti.




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10 agosto 2006

Passaggio in India

Cominciò a piovere lentamente, poi il ritmo delle gocce cambiò e l’unica certezza che mi rimase fu che non avrebbe più smesso. Così presi quel che avevo, per coprirmi, e uscii di casa pensando a quanto avevo desiderato quel momento.

 

Non avevo idea di ciò che mi aspettava in India .

 

L’atterraggio fu morbido. La mia agenzia di viaggi mi aveva garantito che la compagnia di bandiera degli Emirati è in assoluto la più sicura del mondo (gli sceicchi non vogliono certo fare la fine del topo) e devo ammettere che anche il servizio a bordo era ottimo. 
 

La cosa che più mi colpì appena entrato nell’aeroporto di Delhi fu l’arretratezza di tutte le strutture, dai tavoloni per il controllo bagagli ai computer utilizzati per il controllo passaporti. Ricordo ancora un giovane sikh occidentalizzato che mi spiegava come distinguere a prima vista un sikh da un hindu e mi mostrava l’unico segno distintivo, tra i cinque che impone la tradizione, che ancora indossava per ricordo delle origini. Un bracciale di metallo, infilatogli al polso quando era ragazzo che oramai non poteva più sfilarsi senza segarlo.

 

Quando uscii in strada mi resi conto che non era poi così facile cavarsela da soli in un posto in cui buona parte della popolazione non capisce di fatto una sola parola d’inglese che non sia pronunciata con forte accento hindi. Ma in fondo si trattava solo di ripetere a tutti quelli che decidevo di fermare quale era la mia destinazione a Dehli: Pahargangj. Facile a dirsi, un po’ meno ad arrivarci. Ad ogni modo decisi di saltar su un autobus e fidarmi del conducente che aveva annuito vistosamente. Mi ci volle qualche giorno per capire che in India il muovere la testa verso l’alto alzando il mento è un gesto che esprime negazione e non assenso. Ad ogni modo visto che non dovetti, una volta sceso dal bus, camminare per più di un’ora, posso dire di essere arrivato alla mia prima tappa di viaggio senza grossi problemi. Devo ringraziare un lebbroso, che si fece carico di accompagnarmi in quella che propriamente è Pahargangj, cioè la zona delle guesthouse economiche dove risiedono abitualmente gli hippies e i backpackers, e al quale non potei evitare, con sua somma riprovazione, di tirare una vigorosa (e immagino dolorosissima) pacca sulla spalla martoriata, non appena capii che eravamo arrivati a destinazione.

 

L’albergo che scelsi non era esattamente il posto che speravo. Più che un ostello della gioventù sembrava una pensione per indiani piccolo borghesi. Ad ogni modo decisi di rimanere perchè il prezzo, 200 rupie, mi sembrava tutto sommato onesto. Non potevo ancora sapere (quante cose ancora avrei dovuto scoprire!) che in India avrei trovato da dormire anche per 30 rupie.

 

Appena distesomi cominciò a suonare la banda. Esattamente sotto la mi finestra. Un casino pazzesco al quale potei sottrarmi solo alzandomi dal letto e uscendo in strada per andare, ormai rinunciatario all’idea di riposarmi del viaggio, a cercare un po’ di fumo per passare il tempo.

 

Prima mi diressi al parcheggio della stazione ferroviaria. In tutto il mondo i posteggi della stazione sono posti infami dove si trova di tutto. Quindi perchè non cominciare da lì? Perchè in India i poveracci non parlano certo inglese e se far loro capire quel che mi serviva non fu difficile, più arduo si dimostrò far loro intendere le condizioni alle quali ero disposto a comprare: tanto, buono e a poco prezzo. E infatti non recuperai nulla se non un paio di tiri che mi concesse di sfuggita uno che sembrava il mafiosetto del luogo e che, per avermi fatto fumare nella sua macchina, si sentì probabilmente ancora più figo di quel che già riteneva di essere.

 

Proseguii quindi andando a zonzo per le viuzze, piene davvero di colori, di gente, di animali e di odori di ogni genere. E sudice, ma di un lurido che ti si appiccicava dentro fino alle ossa.

 

La mia tecnica di recupero è la più semplice e infallibile del mondo. Vado in giro con l’aria di chi cerca qualcosa di speciale. Non saprei dire che aria sia ma funziona sempre. E infatti venni agganciato da due sedicenti tour operator del Cashmire, due ragazzi che dimostravano su per giù la mia età e che mi invitarono a entrare nella loro agenzia di viaggi per darmi un assaggio di quel che avrebbe potuto essere il viaggio con loro. Ovviamente a me non fotteva un cazzo né di loro né dei viaggi che pretendevano di saper organizzare, ma stetti lì a sentirmi le loro stronzate per un’oretta, sfumacchiando allegramente quel che mi passavano. Quando finalmente decisero di mettere un punto all’infinita serie delle loro cazzate e mi chiesero quando volevo partire gli risposi con tutta calma del mondo che prima dovevo consultarmi coi miei compagni di viaggio (è una scusa utilissima quando si viaggia da soli e non si ha voglia di rimanere impegnati con qualcuno) e che tale consultazione sarebbe stata più proficua con un po’ della loro robetta da offrire ai miei amici. Per un momento mi parse che i due subodorassero il bidone, ma poi resisi conto che non avevano altra speranza se non quella di credermi, mi diedero un paio di cannette (ma proprio due) a scopo per così dire promozionale.

 

Un’altra cosa che scoprii in fretta fu che tutti gli abitanti del Jamu e Cashmire che avrei incontrato durante il viaggio si sarebbero offerti come guide per una visita nella loro magnifica (e questo purtroppo non ho potuto verificarlo ma ho buone ragioni per credere che sia davvero così) regione. Ah, e naturalmente avrebbero provato a vendermi qualche sciarpona di cashmire.

 

Tornai verso l’albergo, chiedendomi che cosa avrei mangiato per cena quando finalmente incrociai Marco.  

 

Marco è un tizio sui quaranta che avevo conosciuto a Milano al consolato indiano mentre ero in coda per il visto. Mi aveva detto che sarebbe stato in India nel medesimo periodo in cui mi ci sarei recato prima, ma da un lato avevo rimosso questo ricordo e, dall’altro, non avrei mai pensato di poter incontrare qualcuno in India. Beh, mi ero sbagliato.

 

La cosa ebbe dell’incredibile perchè vidi questa faccia nota in mezzo a centinaia di altre facce. E ci guardammo all’unisono mentre io gli correvo letteralmente fra le braccia (avevo cominciato a capire che l’India non sarebbe stata una passeggiata senza avere delle buone informazioni su come muoversi) e lui mi sorrideva per nulla stupito. “Sapevo che ci saremmo visti” mi disse, “in India ci si incontra sempre”. La mia risposta fu altrettanto ecumenica “cazzo Marco qui è davvero un casino, non sono nemmeno riuscito a capire dov’è che posso mangiare una cosa decente seduto a un tavolo. Fin’ora ho visto solo venditori ambulanti servirti del cibo non meglio identificabile su delle foglie di non so cosa”. Lui continuava a sorridere mentre mi diceva “vieni con me, prima girando ho trovato un posto che non sembra male”. E fu così che riconobbi Marco. Quel nome sarebbe poi diventato il mio durante quei tre lunghi, ma non abbastanza, bellissimi e sicuramente straordinari mesi in India.

 

Da Marco imparai le prima parole di hindi, che naturalmente erano quelle dei cibi che avevo deciso sarebbero stati i soli che avrei consumato durante il viaggio. Poca roba che ormai ho quasi del tutto dimenticato. Tranne una: dal, lenticchie. Di quelle ne avrei mangiato a quintali, soprattutto in Punjab, nel Golden Temple di Amritsar.

 

E con Marco cominciai a capire un po’ di quel paese impressionante che mi accingevo a visitare.

 

Dopo cena decidemmo di darci un po’ ai piaceri della vita. Gli chiesi se avesse già trovato qualcosa e lui disse che il pusher si sarebbe fatto vivo presto. Gli chiesi se era in grado di riconoscerlo e lui rispose “è lui che riconoscerà me”. E mentre dicevo queste parole un individuo dal viso simpatico e l’aria un po’ losca ma non troppo si avvicinò tutto sorridente e cominciò a parlare fitto fitto con Marco. Marco disse che questo aveva sia oppio che fumo ma che lui non era in grado, non ricordava più, come fare a vedere se ci stava dando roba buona o merda. Gli dissi di far fare a me e così ci imboscammo in un vicoletto per cominciare la negoziazione. Che andò a buon fine per quanto riguarda l’oppio ma si concluse con un nulla di fatto sull’altro versante. Comiciavo a capire che in India nessuno è più sicuro di niente. E questo è, secondo me, lo stato mentale ideale per un viaggiatore che vuole imparare a conoscere l’India.

 

Terminammo la serata in un bar, dove stabilimmo a che ora ci saremmo trovati la mattina dopo. Mi mostrò dove stava il suo albergo e mi disse di andarlo a trovare appena sveglio per la colazione.

 

Non ricordo che ore erano quando mi alzai, ma feci su baracca e burattini deciso a trasferirmi nello stesso posto in cui alloggiava Marco, che mi sembrava uno che sull’India la sapeva molto lunga. E su questo non mi sbagliavo, infatti mentre facevamo colazione sfumacchiando quel poco che mi rimaneva della roba passatami dai cashmiri, mi raccontò di essere arrivato in India la prima volta a diciotto anni, di essersi fermato per tre anni e di aver continuato per altri due o tre anni a fare su e giù tra Italia e India più o meno clandestinamente.

 

Cercai di carpirgli più informazioni possibili e fu lui che mi indirizzò verso Pushkar, che sarebbe diventata la mia prossima tappa di viaggio, ed il mio battesimo del fuoco. Pushkar....




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12 maggio 2006


DECALOGO DELLA DONNA IDEALE

 

 

"PRIMO: NON ROMPERE I COLIONI"

 

Gli altri non contano, basta questo.

 

 (da "La schiava", celebre capolavoro interpretato da Lando Buzzanca)




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10 maggio 2006

Lo sapevate che...

Figa è una località della Corsica in prossimità di Porto Vecchio.

Figa è una variante di fica diffusa nel linguaggio colloquiale dell'Italia settentrionale.

Figa (Slovacchia) è un comune nella Slovacchia meridionale.




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